STUPEFACENTE

LECITO

Post Nebbia, un blob ipnotico tra pop psichedelico e John Carpenter


Nel caso ci fossimo dimenticati di ciò che hanno provato a dirci persone come David Cronenberg, George Orwell o Philip K. Dick, ci pensa questo gruppo di ventenni a ricordarcelo: Post Nebbia è il germe retrofuturista ispirato dalle esplorazioni di home recording di Carlo Corbellini & friends e “Canale Paesaggi” è il titolo del loro secondo album, nuovo di pacca, con la doppia benedizione di Dischi Sotterranei/La Tempesta.

Trattasi di un concept album che esplora l'esperienza emotiva e sensoriale dello spettatore catodico (e non solo), prendendo ispirazione dal flusso commerciale della televisione regionale, da alcuni scritti di David Foster Wallace e dalla nuova comicità americana dell'assurdo (Eric Andre, Tim & Eric…), con la piena consapevolezza del legame che unisce la nascita della tv commerciale all’algoritmo di Facebook. Risultato: bassi funkettoni, ritmi ipnotici, tastierine acide, fulminei accenni di virate jazz a tratteggiare un pop psichedelico di grande eleganza compositiva, influenzato dallo stile internazionale di gente come Tame Impala, Arctic Monkeys e MGMT ma che affonda le radici in quel territorio fra new wave e art rock di fine anni ’70/inizi ’80 di gruppi indimenticabili come i Devo. A tutto questo si aggiungono un groove e alcune scelte melodiche di chiara derivazione black, con ispirazioni che vanno dai Thundercat a J Dilla, passando per Madlib. I testi sono brevi, asciutti, e allucinati, raccontano la nostra realtà facendola emergere come dimensione dell’assurdo. “Canale paesaggi” è come gli occhiali di John Nada in They live (1988) di John Carpenter: un filtro che ci mette di fronte all’evidenza di una realtà ormai sopraffatta dalla rappresentazione, occultata dalla finzione mediatica, disintegrata dal nuovo mondo sintetico eretto dal capitalismo trionfante, in cui la reificazione dell’individuo è ormai completamente assimilata sia dall’individuo stesso che dalla collettività. È il flusso di “Blob”, è la colonna sonora della Società dello Spettacolo di Guy Debord, è la radiografia dell’esito drammatico di un conflitto che accompagna la storia del pensiero umano, quello fra realtà e rappresentazione.